Senso di colpa

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Non avevo voglia di allenarmi oggi, ma sono venuto lo stesso altrimenti mi sento in colpa!“                                                                                                                                                                                        

Perché un’ attivita’ salutare come lo sport puo’ far emergere in qualcuno di noi una sensazione di disagio se per una volta decidiamo di saltare l’allenamento? Perché capita di sentirsi spinti ad allenarsi piu’ da un senso del dovere che da un senso di piacere?

Cerveau fort                                                                                                                                                                Se chiedessimo a chi pratica un’ attivita’ sportiva per quale motivo lo fa, molto probabilmente risponderebbe “per stare bene”. D’ altronde anche per senso comune si sa che lo sport fa bene, che lo sport e’ salute. Ma e’ davvero sempre così? E cosa significa “stare bene”?                                                                                                                                                             Ognuno di noi attribuisce alla parola “ stare bene” significati diversi che variano in base alle priorita’ che ci poniamo e che ci guidano nella vita. Il sistema di valori e di significati personali che spinge la ‘signora Pina’ a muoversi ( protagonista indiscussa della formazione in fitness! ), puo’ essere attribuibile alla presa di coscienza a cui l’ha portata il medico mettendola difronte all’ inevitabilità della vecchiaia e ad una prevenzione possibile attraverso lo sport, così come all’ effetto che hanno avuto su di lei le narrazioni della sua vicina di casa quando gli racconta quanto ci si sente “rinvigorite”  dopo un’ora di ginnastica, durante la  quale ha incontrato anche Maria, la loro amica in comune! Mentre per un ragazzo ventenne, che si allena con i pesi cinque volte la settimana suddividendo gli allenamenti per gruppi muscolari, rispettando i tempi di lavoro e di recupero in maniera rigorosa, ponendo particolare attenzione alle progressioni di carico in allenamento e di massa sulla bilancia, assumendo anche tutta una serie di ritualita’ alimentari, il sistema di significati, regole, valori, priorita’ che egli fa proprio e’ completamente diverso da quello della signora Pina. Ho portato questi due esempi così diversi, per sottolineare come ognuno di noi e’ motivato a ‘fare’ da obiettivi e con finalita’ personali e quindi diverse che, imprescindibilmente legate alla propria storia, rimandano all’immagine di se’ che vogliamo mantenere o configurare. La propria autopercezione nel qui ed ora e la percezione di uno scarto dall’immagine di se’ desiderata, puo’ far emergere una tendenza ad esprimere giudizi ed opinioni estremamente critiche verso se’ stessi, fino al punto da assumere la forma di un pensiero svalutante rimuginante, altrimenti detto “senso di colpa”. Atteggiamento mentale che attinge alle risorse psichiche e fisiche della persona, che risuona, inconsapevolmente, anche a livello endocrino ed ormonale, come la PNEI ci insegna.

Nel dizionario italiano il senso di colpa e’ definito come un profondo e insopprimibile disagio, provocato dal rimorso per vere o presunte infrazioni alla legge morale o religiosa. In questo caso la legge morale a cui sottostare (quale principio regolatore in base al quale discerniamo il bene dal male), la stipuliamo noi : il dover essere in un determinato modo per stare bene ( se volessimo addentrarci nella discussione potremmo considerare per chi realmente la signora Pina o il giovane adone vogliono stare bene! ).colpa890a                                                                                                                                Per sentire di stare “quel” bene dovremmo perseguire delle azioni da noi accolte come possibili ed auspicabili; se, nella scelta di non seguire questa strada ed agire diversamente, il giudizio critico verso noi stessi e’ alto, sviluppiamo un’ insieme di pensieri svalutanti la nostra persona, del tipo “sei un fannullone!”, “sei un pigro!”, “guarda come sei combinato!”, “vergognati!” . A questo punto il paradosso appare in tutta la sua forma: per stare bene comincio a stare male; lo sport che doveva servire per farmi sentire bene, diventa un dovere a cui assolvere indipendentemente dai miei desideri di oggi,  in nome di una sorta di patto stabilito a monte con me stesso, come metro di misura del mio benessere e poi, come abbiamo visto, scala attraverso cui valutarmi. Un’attività  che inizialmente abbiamo scelto deliberatamente, diventa qualcosa da cui non si può e non si deve prescindere, a costo di noia, fatica, stanchezza, senso di colpa e frustrazioni; cosi’ la scelta di astenersi da un’ allenamento, che dovrebbe servire da recupero, diventa una fonte di stress. Fortunatamente, per chi ha una certa determinazione, arriva anche qualche soddisfazione da tutta questa fatica, ma e’ davvero questo il fine per cui abbiamo scelto di praticare l’attività sportiva?Non stiamo forse separando meccanicamente cio’ che fa bene al corpo da cio’ che fa bene alla mente, allo spirito, alla mia intera persona? Se come abbiamo visto il promulgatore della  legge sono io, sono io che decido se e quando questa viene infranta, cioè sono io, e solo io, ad incarnare il ruolo di giudice, imputato e difesa di me stesso! Se e’ vero il detto: ‘fatta la legge, scoperto l’inganno’, la prossima volta che avvertiamo un senso di colpa, anziche’ indossare la toga del giudice, alleiamoci alla difesa per individuare l’autoinganno dal quale scagionarci!

Dott.ssa Elisa Forlin  

 

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